David Bowie e quella giornata passata a Genova nell’aprile del 1976

Di Diego Curcio
Scrivere qualcosa di sensato sulla morte di David Bowie è un’impresa quasi impossibile. E farlo cercando di intrecciare la sua vita a quello della città di Genova è ancora più arduo; soprattutto perché si rischia seriamente di fare la figura dei provinciali. Detto questo è pur vero che il Duca Bianco, morto ieri a 69 anni dopo una lunga malattia durata ben 18 mesi – e di cui nessuno, a parte i familiari e gli amici più stretti, sapeva nulla – a Genova ha trascorso davvero (e come minimo) una notte, pur non avendo mai suonato nella nostra città. A certificare la sua presenza sotto la Lanterna – e mai come in questo caso l’espressione calza a pennello – è una mitica foto (che trovate riprodotta qui sopra) recuperata qualche tempo fa dallo storico fotoreporter genovese Antonio Amato e scattata nell’aprile del 1976 da Bruno Maccarini. Nel corso degli anni, intorno a quell’istantanea in bianco e nero che ritrae Bowie in un completo grigio di gabardine Anni Quaranta, sono nate parecchie leggende. Ma a mettere un po’ d’ordine in questa faccenda c’ha pensato un vecchio articolo pubblicato su “Sound” nell’aprile ’76 a firma Ferdinando Fisher e messo su Internet da qualche collezionista incallito. Il pezzo racconta che Bowie era arrivato a Genova in nave dagli Stati Uniti, perché, all’epoca – ma credo che in seguito la paura gli sia passata –, non viaggiava mai in aereo. E così per dare il via al tour europeo di “Station to station” il Duca si era imbarcato sulla gigantesca Leonardo Da Vinci che collegava New York alla Superba e aveva preso il mare alla volta dell’Italia. La meta finale di quel lungo viaggio, proseguito poi in macchina e in treno, era Amburgo; ma prima di arrivare in Germania, Bowie ha dovuto attraversare un pezzo d’Italia e dormire, la sua prima notte di ritorno in Europa, all’Hotel Colombia di Genova (oggi trasformato nella sede della biblioteca universitaria). In porto il Duca era arrivato con la moglie Angie e il figlio Zowie, più una folta pletora di agenti e manager. L’intervista con Fisher non durò molto, ma fece emergere qualche notizia decisamente succosa, almeno per l’epoca. Per esempio il giornalista riuscì a strappare a Bowie l’annuncio di un suo imminente concerto a Roma organizzato da Lotta Continua, che si era persino incaricata di gestire il servizio d’ordine. Questo perché, all’epoca, i musicista stranieri non venivano molto volentieri a suonare in Italia, dato che il nostro Paese era in pieno fermento politico e qualche concerto (come quello dei Led Zeppelin) si era trasformato in un vero e proprio campo di battaglia, tra polizia e autonomi che chiedevano la riduzione del biglietto. Fu il punk, di cui Bowie è considerato uno dei padrini storici, a riportare qui da noi i primi gruppi inglesi e americani. Ma questa è un’altra storia. Tornando invece al Duca Bianco, quello che si sa del suo breve soggiorno genovese, è che dopo aver girato la città in limousine chiese a Fisher di procurargli dei sigari toscani e gli rivelò di amare molto il nostro caffè. Poca roba, in fin dei conti. Ma tanto è bastato per costruire una leggenda. A dirla tutta, però, quello che resta davvero indelebile di questa storia, è quella foto incredibile e iconica, con la scritta “Cavo” sullo sfondo e le auto parcheggiate sul ciglio della strada. Bowie, elegante e bellissimo, è in una posa naturale e al tempo stesso perfetta, grazie a quell’algida eleganza, che riesce a farlo sembrare sempre un alieno anche quando è vestito di tutto punto e non ha addosso neppure un filo di trucco. Non provo neppure a dire che ci mancherà, perché non ho intenzione di iscrivermi alla folta schiera dei professionisti della retorica che ogni giorno riempiono giornali e riviste di band inutili e cialtrone e oggi piangono la morte di David Bowie. Il modo migliore per ricordarlo è continuare ad ascoltare buona musica. Non soltanto la sua.


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